Bambino aggressivo all'asilo cosa fare

30.03.2026

​Il comportamento aggressivo alla scuola dell'infanzia: comprenderlo per intervenire

​Quando le insegnanti segnalano comportamenti aggressivi, come morsi, spinte o graffi, la prima reazione genitoriale è spesso un misto di preoccupazione e senso di colpa. È fondamentale, tuttavia, spogliare l'evento dal giudizio morale: a questa età, l'aggressività non è un tratto di personalità né un indice di "cattiveria", bensì un indicatore di un disagio emotivo o evolutivo.

​I bambini piccoli non possiedono ancora una completa maturazione delle aree cerebrali deputate all'autocontrollo e alla verbalizzazione. L'atto aggressivo è, quasi sempre, un tentativo disfunzionale di comunicare un bisogno che non trova altre vie d'espressione.

​Cosa si nasconde dietro l'aggressività infantile?

​Nella pratica clinica, riscontriamo che tali agiti scattano spesso in risposta a precise fatiche del bambino:

​Deficit di regolazione emotiva: Il bambino sperimenta rabbia o frustrazione e viene sopraffatto da queste emozioni non avendo ancora gli strumenti per canalizzarle.

​Difficoltà nella comunicazione verbale: L'incapacità di esprimere a parole un bisogno (ad esempio chiedere un gioco o manifestare il bisogno di spazio) si traduce in un'azione fisica immediata.

​Sovraccarico ambientale: Ambienti scolastici molto rumorosi o dinamiche di gruppo complesse possono saturare le risorse del bambino, portandolo a reagire per difesa o sfinimento.

​Fatica nei processi di separazione-individuazione: L'inserimento o la complessa gestione del distacco dalle figure genitoriali possono generare tensioni che emergono poi nel contesto dei pari.

​Linee guida per l'intervento a casa e a scuola

​Per gestire e ridurre questi comportamenti, è necessario muoversi su una base educativa e psicologica condivisa:

​Validare l'emozione, fermare l'azione: È corretto legittimare la rabbia del bambino ("Capisco che tu sia arrabbiato"), ma occorre porre un limite fermo e chiaro sul comportamento ("Ma non si usano le mani").

​Fornire strategie di coping alternative: Al bambino va insegnato cosa fare quando sente salire la tensione. Verbalizzare il bisogno, allontanarsi o chiedere l'aiuto dell'adulto sono competenze che vanno allenate attivamente attraverso l'esempio.

​Eliminare le etichette svalutanti: Definire un bambino "aggressivo" o "monello" rischia di strutturare in lui un'identità negativa, peggiorando il quadro comportamentale. È fondamentale focalizzarsi sempre sull'azione specifica e mai sull'identità del bambino.

​Coerenza tra famiglia e scuola: È essenziale creare un'alleanza educativo-professionale con le insegnanti. Condividere la stessa linea d'intervento permette al bambino di percepire contenimento, coerenza e sicurezza.

​Quando rivolgersi a uno specialista?

Se gli episodi risultano pervasivi, frequenti, non regrediscono con i normali interventi educativi o se compromettono la serenità del bambino e il suo percorso di socializzazione, una consulenza psicologica specialistica può aiutare a fare chiarezza. Comprendere precocemente la natura del disagio permette di attivare le risorse giuste per supportare la crescita.


Dott.ssa Anna La Guzza Psicologa 

​Per consulenze psicologiche online rivolte a bambini, genitori, DSA, scuola, terapia, diagnosi e disturbi infantili, puoi contattarmi direttamente:

​Sito web di riferimento: www.psicologaperbambini.it (è disponibile anche il form contatti direttamente sul sito)

​E-mail: annalaguzza@amamente.it

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