Cosa fa uno Psicologo Infantile: Guida Completa per Genitori

10.06.2026

In breve: lo psicologo infantile è un professionista specializzato nel benessere psicologico di bambini e ragazzi da 0 a 18 anni. Si occupa di valutazione, sostegno emotivo, potenziamento cognitivo, parent training e collaborazione con la scuola. È una figura distinta dal neuropsichiatra infantile, dal logopedista e dal pedagogista. In Italia è iscritto all'Albo degli Psicologi e lavora con i minori nel rispetto del consenso dei genitori, come previsto dal Codice Deontologico.

Quando un figlio attraversa un momento difficile o quando la scuola segnala qualcosa che non torna, molti genitori si trovano davanti alla stessa domanda: a chi rivolgersi? Il termine "psicologo infantile" ricorre spesso, ma è raro che sia chiaro cosa faccia esattamente questo professionista, in cosa si distingua da altre figure e cosa aspettarsi da un percorso. In questo articolo provo a rispondere per punti, con l'idea di rendere più facile una decisione informata.

Indice

  1. Chi è lo psicologo infantile
  2. Di cosa si occupa: cinque aree principali
  3. Non è: differenze con altre figure
  4. Come lavora concretamente
  5. Cosa aspettarsi come genitore
  6. Quando è utile una consulenza
  7. Domande frequenti
  8. Fonti

1. Chi è lo psicologo infantile

Lo psicologo infantile, o psicologo dell'età evolutiva, è un laureato in Psicologia con un percorso di specializzazione sulla fascia 0-18 anni. In Italia la professione è disciplinata dalla Legge 56/1989, che istituisce l'Ordine degli Psicologi: per esercitare occorrono la laurea magistrale in Psicologia, il tirocinio, l'Esame di Stato e l'iscrizione all'Albo. Chi lavora con i minori aggiunge di norma corsi di perfezionamento, master o scuole di specializzazione in psicologia dello sviluppo, in neuropsicologia dell'età evolutiva o in psicoterapia infantile.

La differenza con il "coach" o con figure non riconosciute è sostanziale: lo psicologo infantile è vincolato al Codice Deontologico, ha responsabilità professionale, riservatezza e obblighi di aggiornamento. È il primo elemento da controllare quando cerchi un professionista: la presenza sull'Albo, il numero di iscrizione e l'eventuale accreditamento presso il Sistema Sanitario Nazionale o l'Agenzia di Tutela della Salute (ATS).

2. Di cosa si occupa: cinque aree principali

Il lavoro dello psicologo infantile ruota di solito attorno a cinque ambiti, che spesso si sovrappongono nello stesso percorso:

  1. Valutazione psicologica e neuropsicologica. Colloqui clinici, osservazione del bambino, prove standardizzate e questionari per i genitori. L'obiettivo è capire come funziona quel bambino nello specifico: punti di forza, aree di fatica, stile emotivo. Non serve a incasellarlo, ma a orientare le decisioni successive.
  2. Intervento psicologico. Percorsi individuali con il bambino o l'adolescente, basati sul gioco, sul disegno e sulla parola secondo l'età. Servono ad affrontare ansie, paure, blocchi emotivi, difficoltà relazionali, esperienze di lutto o separazione. Come si svolge davvero una seduta è approfondito qui:
    https://www.psicologaperbambini.it/l/psicologo-infantile-cosa-fa-quando-rivolgersi-a-lui-e-come-funziona-la-terapia-per-bambini/
  3. Potenziamento cognitivo. Percorsi mirati sulle funzioni cognitive che si stanno sviluppando o che risultano meno efficienti: attenzione, memoria di lavoro, funzioni esecutive, linguaggio, letto-scrittura, abilità matematiche. Sono particolarmente utili nei disturbi specifici dell'apprendimento.
  4. Parent training e sostegno alla genitorialità. Incontri con i soli genitori per acquisire strumenti concreti su regole, gestione dei conflitti, comunicazione, gestione delle emozioni difficili. Spesso è la parte del percorso che produce i cambiamenti più stabili.
  5. Collaborazione con la scuola e con altri professionisti. Redazione di relazioni per il Piano Didattico Personalizzato o il Piano Educativo Individualizzato, incontri con gli insegnanti, raccordo con logopedisti, neuropsichiatri, pediatri.

3. Non è: differenze con altre figure

Confondere ruoli diversi è normale e porta spesso a rivolgersi al professionista sbagliato per primo. Per orientarsi:

  1. Neuropsichiatra infantile. È un medico specializzato in neuropsichiatria dell'età evolutiva. Può fare diagnosi mediche, prescrivere esami strumentali e, quando serve, farmaci. Lo psicologo non prescrive farmaci e non firma diagnosi mediche. Le due figure spesso collaborano.
  2. Logopedista. Si occupa in modo specifico di linguaggio, comunicazione, letto-scrittura e deglutizione. Nei DSA lavora fianco a fianco con lo psicologo, ma con strumenti diversi.
  3. Pedagogista. Si occupa di educazione, apprendimento e sviluppo educativo, in una prospettiva pedagogica più che clinica. Interviene soprattutto in ambito scolastico ed educativo.
  4. Psicoterapeuta infantile. È uno psicologo (o un medico) che ha completato una scuola di psicoterapia riconosciuta e può condurre percorsi di psicoterapia strutturata. Ogni psicoterapeuta infantile è uno psicologo, ma non ogni psicologo è psicoterapeuta.
  5. Educatore, tutor DSA, counselor. Sono figure di supporto utili in ambiti specifici, ma non sostituiscono la valutazione né l'intervento clinico dello psicologo.

4. Come lavora concretamente

Il percorso comincia quasi sempre con un colloquio con i soli genitori. È il momento per raccontare cosa preoccupa, la storia del bambino, la sua quotidianità, i tentativi già fatti. Poi il professionista propone un piano: uno o più incontri di osservazione o valutazione con il bambino, una restituzione ai genitori, e da lì la definizione del tipo di intervento più utile.

Il consenso ha un peso preciso. Il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani prevede che le prestazioni rivolte a minori siano di norma subordinate al consenso di chi esercita la potestà genitoriale. Nei casi di genitori separati, entrambi devono essere informati e coinvolti, salvo diversa decisione del giudice.

Dentro la stanza il modo di lavorare cambia con l'età. Con i più piccoli lo strumento principale è il gioco, che è il loro linguaggio naturale. Con i bambini in età scolare entrano in scena il disegno, i racconti, i giochi strutturati. Con gli adolescenti il colloquio verbale prende più spazio. In tutti i casi, la letteratura clinica indica che gli interventi più efficaci in età evolutiva sono quelli con evidenze scientifiche, integrati alla relazione terapeutica e al coinvolgimento della famiglia (Kazdin, 2008).

5. Cosa aspettarsi come genitore

Alcune indicazioni pratiche che di solito faccio alle famiglie che si affacciano per la prima volta:

  1. Prepara al primo incontro un elenco breve di cosa ti preoccupa, dei tentativi già fatti e delle domande che vorresti porre.
  2. Aspetta di sentirti orientato prima di raccontare al bambino cosa succederà. Al bambino spiega che andrà a conoscere una persona che aiuta i bambini quando qualcosa gli pesa, senza promettere risultati.
  3. Non aspettarti diagnosi al primo incontro. Una valutazione seria richiede tempo, più incontri e strumenti standardizzati.
  4. Riservatezza: quello che il bambino porta in seduta è tutelato. Ai genitori vengono comunicati gli elementi utili al percorso, ma non ogni singolo contenuto: è la condizione perché il bambino si fidi.
  5. Coinvolgimento: il tuo ruolo non è "consegnare il figlio e aspettare". Il percorso funziona quando i genitori partecipano, anche attraverso incontri dedicati.
  6. Durata: alcuni percorsi sono brevi e mirati (poche sedute per un momento specifico), altri più lunghi. Ne parli con il professionista in base agli obiettivi.

6. Quando è utile una consulenza

Non ogni difficoltà richiede uno psicologo, e non c'è una soglia unica valida per tutti. Alcune situazioni che nella pratica portano più spesso a un primo colloquio sono cambiamenti importanti nel comportamento o nell'umore che durano da settimane, difficoltà scolastiche che non migliorano nonostante l'impegno, ansia da separazione oltre l'età attesa, forti oscillazioni emotive, ritiro sociale, sintomi fisici ricorrenti senza cause mediche. Un approfondimento con dieci segnali specifici, utili dopo eventi difficili come separazione, lutto o trasloco, lo trovi qui:
https://www.psicologaperbambini.it/l/quando-rivolgersi-a-uno-psicologo-infantile-10-segnali-da-non-sottovalutare/

Se il quadro riguarda l'apprendimento (lettura, scrittura, calcolo), il percorso si intreccia con la valutazione neuropsicologica:
https://www.psicologaperbambini.it/l/come-funziona-la-valutazione-neuropsicologica-per-i-disturbi-specifici-dell-apprendimento-dsa/

Con il Metodo Amamente® integro valutazione, potenziamento e sostegno alla genitorialità in un unico percorso, costruito sul funzionamento specifico del bambino e sulla vita reale della famiglia. Ricevo a Genova, a Milano e online. La prima consulenza conoscitiva online è gratuita. Puoi scrivermi a annalaguzza@amamente.it oppure usare la pagina Contatti:
https://www.psicologaperbambini.it/contatti/

7. Domande frequenti

Da che età si può iniziare un percorso con uno psicologo infantile?

Non c'è un limite basso: si lavora già con genitori di neonati per le difficoltà dei primi mesi (sonno, allattamento, regolazione). Con il bambino direttamente si comincia in genere dai 3-4 anni, con strumenti adatti al gioco simbolico.

Serve la richiesta del pediatra?

No, non è necessaria per rivolgersi privatamente a uno psicologo. È utile se il percorso passa dal servizio pubblico (Neuropsichiatria Infantile territoriale).

Quanto dura in media un percorso?

Dipende dall'obiettivo. Alcune consulenze si esauriscono in poche sedute (per esempio un parent training focalizzato). Un intervento su un disturbo specifico o un percorso di psicoterapia richiede più tempo, spesso dai sei mesi in su.

Un percorso online funziona come uno in presenza?

Per i colloqui con i genitori, per il parent training e per una parte del lavoro con adolescenti e ragazzi più grandi, sì. Per i più piccoli si predilige la presenza, con eventuali sedute online integrate quando la famiglia vive lontano.

Se i genitori sono separati, servono entrambi i consensi?

Sì, di norma. In caso di affido condiviso, entrambi i genitori devono essere informati e prestare il consenso al percorso del figlio minore, salvo diverse disposizioni del giudice.

Quello che dice il bambino in seduta viene riportato ai genitori?

La riservatezza è tutelata. Ai genitori vengono comunicati gli elementi utili al percorso, in accordo con il bambino, quando l'età lo consente. Vengono invece comunicati sempre i fatti che riguardano la sicurezza o l'incolumità del minore.

8. Fonti

  1. Legge 18 febbraio 1989, n. 56. Ordinamento della professione di psicologo.
    https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1989-02-18;56
  2. Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi (CNOP). Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, in particolare l'art. 31 sui minori e sul consenso.
    https://www.psy.it/codice-deontologico-degli-psicologi-italiani/
  3. Kazdin, A. E. (2008). Evidence-based treatment and practice: New opportunities to bridge clinical research and practice, enhance the knowledge base, and improve patient care. American Psychologist, 63(3), 146-159.
    https://doi.org/10.1037/0003-066X.63.3.146

Dott.ssa Anna La Guzza

Psicologa clinica e dell'età evolutiva

Iscritta all'Albo degli Psicologi della Lombardia n. 03/14975, accreditata ATS

Fondatrice del Metodo Amamente®

Autrice di pubblicazioni Erickson in collaborazione con l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Sedi: Genova, Milano e online

LinkedIn: https://it.linkedin.com/in/anna-la-guzza-71393935

🟪 Prima consulenza conoscitiva online gratuita

annalaguzza@amamente.it

Aggiornato 29/09/26

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